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                                                         Lettera ad un amico handicappato
                                                                                            di
                                                                                                        
Marco Pellacani

                         
DAL MONDO DEL DOLORE, LA GIOIA

Scrivere per questo Autore una prefazione, mi gratifica, ma al tempo stesso mi spiazza. Perché non dovrebbero esserci parole ulteriori, né commenti, soltanto emozioni e io cercherò qui di trasmetterne qualcuna…e sono tante davvero quelle vibrazioni che mi invadono quando leggo questa lettera!

Prima di tutto tengo a sottolineare la proprietà di linguaggio del Pellacani, la sua semplice e diretta capacità di lasciar scorrere la penna sul foglio senza intoppi né titubanze.

Marco è uno scrittore abilissimo e intenso, canta la poesia nella prosa, in una concentrazione stilistica notevole e innervata di immagini vigorose e piene, tenere e disarmanti, che prendono, catturano come mani forti a cui affidarsi.

Il viaggio attraverso il cuore di questo Autore è un cammino lungo, appassionante, in cui si possono ammirare tantissimi particolari mai visti.

Con la lettera all’amico, Marco Pellacani è come quel Baudelaire che si specchia nel mare, si rende conto, fa una ricognizione dolcissima e non priva di squarci più che intimi, come lampi purissimi di quella luce che chi non sa non conosce.

Personalmente ho sempre provato un senso di fastidio nel sentire le definizioni “disabile” o “diversamente abile”…L’essere umano è e basta. Altrimenti saremmo tutti, in una maniera o nell’altra, portatori di handicap. Ma dove sta l’handicap? Io ne sono allora satura: smemorata, maldestra per certe cose, poco logica e ….chi più ne ha più ne metta.

Da una trentina di anni percorro le strade della mia vita con un’amica definita “ del cuore”. Pure lei, per la società, è definita disabile. Ma a me non è mai parso. Eravamo piccolissime quando ci siamo incontrate, ma il suo difetto io non lo vedevo. Sinceramente non lo vedo nemmeno adesso.

Tacitamente lei me ne parlava in passato. Mi domandava opinioni , mi chiedeva il braccio per attraversare la strada. Ma i miei pareri glieli avrei dati lo stesso, così pure il braccio per sostenerla.

Perché per me lei è sempre stata importante. Al punto tale da tendere a proteggerla. Ma si tratta di affetto, di amicizia, non di pietismo. Non so se durante tutti questi anni le sono stata utile, ma credo di sì. Utile nel mio silenzio e nel trattarla come fosse parte di me, nell’arrabbiarmi con lei quando qualcosa mi infastidiva o mi dava disturbo del suo comportamento. L’handicap più grande di questa mia amica è quello…di volermi tutto quel bene. E quando glielo dico lei ride. Ride forte.

Sa che quelle ali lei le ha e sono potentissime, molto più delle mie, magari, delle vostre.

E proprio qui mi riallaccio al Nostro: le ali, la forza, la volontà. Pellacani non si estranea dal mondo dei più, da quel mondo che lo definisce diversamente abile, lui ci si immerge, lo vive intensamente e lo fa con gioia, percependo il duo dolore e, grazie a questo, sapendo vedere anche quello altrui. Lo vede, lo sfida, lo distrugge.

La vibrazione più bella, più nitida nel respirare questo scritto, è stata per me proprio questa. Il lessico, la musicalità hanno contribuito poi a rendere ancora più intensa l’emozione: Marco Pellacani conosce l’alchimia dell’esistenza e la trasmette come un vulcano emette lava e calore, travolge, coinvolge, affascina.

In poche parole: una lettera che diventa atto d’amore, proprio quello di cui tutti abbiamo bisogno, così tocca le corde degli animi, le fortifica, le avvince.

Un chiaro esempio di umanità in un mondo di spade, di kamikaze, di armi e di vili interessi.

In questo libro, che consiglierò a tutti di assaporare, c'è tanta vita, tanta voglia di esserci e di essere, ma soprattutto c'è tanto amore.



 

 
 
GERMANO TAREA

: …E CHE AMORE SIA!


Prendo l’ultima frase della nota introduttiva al libro di Germano Tarea per sottolineare la tendenza di questo Autore a porre l’accento sul sentimento che fa girare il mondo: l’amore. Questa penna pare avere un inchiostro speciale che ad ogni tratteggio lascia una indelebile ombra che grida “ti amo”. L’anima eterna libera le corde assurde delle costrizioni, delle convenzioni puntando sulla immediata creatività di quanto sgorga dal cuore. E tutto pare un fiume scintillante di nessi metaforici, di simboli giocosi e autentici, dalla spontaneità marcata.Leggere Germano Tarea è un gusto nuovo, un tocco di freschezza che nel campo letterario contemporaneo ci voleva, era doveroso. Tutti abbiamo voglia di pulizia, di semplicità, di tenerezza.
Quanto tempo passiamo davanti alle cattive notizie dei telegiornali che ci inducono alla riflessione sul nostro attuale momento storico….? E chissà quanti di noi pensano a come sarebbe bello uscire di casa senza paura che un proiettile ci raggiunga, magari scambiare due parole con i passanti, ritrovare dei sorrisi e non la frenesia delle corse al successo, al potere… Ecco, leggere un libro
come questo, dona un senso di serenità, di freschezza. Tarea è come un bimbo ingenuo e candido non ancora intaccato dai problemi sociali. L’Autore ha un vissuto da uomo forte, che ha certamente combattuto, sofferto e gioito.Ma è stato capace di conservare i lati più colorati e più armoniosi regalati dalla vita.
Quei momenti tutti da tenere sul cuore come preziosi diamanti che continuano a brillare grazie al suo saperli descrivere, raccontare. Così rivivono, si sublimano, quasi come favole, come rievocazioni raffinate dall’occhio acuto di un uomo che sa vedere oltre.Non mancano forti emozioni e punte di sogni affascinanti, speranze, eventi un tantino epici.E che amore sia, dunque! Amor che genera amore.E’ un libro che conquista e ci auguriamo sia il primo di una lunga serie.

CIAO DIO



Ciao Dio che fai?
Io sono qui a vagare e penso
torno ogni tanto alla mia città
e faccio spesso un voto che
non sempre sono in grado
di capire di gestire ma sai
a volte Ti incontro e prego!


Ciao Dio ci sei?
le profezie che mandi non sono
un peso da giudizio preso
mi scarico nell’anima e vedo
luci che illuminano uomini
che pregano fra i loro idoli
nascono amori nasce
nasce l’amore!

Ciao Dio ti penso?
la violenza che ho dentro passerà!
Passerà? Ti seguo perché ho tanto
bisogno d’istruirmi di capire.
Nel firmamento che mi sovrasta
la luna splende e m’illumina
e da straniero io non mi sentirò!


Ciao Dio sono qui
- Ti presento mia madre
proteggiLa!

 

 
  Tosto

per tutte le intemperie che mi prendono
mi sorridono gli occhi se ti penso
vado verso una specie di terreno
da me coltivato per non sognare.

Io devo farmi forza e poi prenderti
con la mano per portarti via con me
ma se scelgo di cantare questo amore
non so più avvalermi dei miei sensi.

 

Guardami

ti scopro proprio adesso resta qui
o andiamo in qualsiasi posto insieme
devo darmi quel coraggio che mi manca
devo credermi riuscirò nel mio è un portento
dolce favola che mi hai insegnato tu
mi consolo ma dovresti prender seria
la ragione che mi porta a stare qui!
 

Contami

nella mente io ti porto però ancora
senza dirmi che il destino è cosa incerta

vieni versami amore anche tu lo voglio
prendimi come puoi se tu vuoi si può fare
è straniero il mio pensiero ma sincero
e ti voglio anche dopo e prima alquanto.

Queste altalene di sentimenti che ho dentro
le trasporto nella vita nel sistema io ti prendo
bella mia cara e semplice signora del mondo.

Torna indietro il tuo vizio non è quello
andremo insieme per le strade dell’amore.

Io cado ma con te accanto e assorta
mi riprendo la mia vita e ti sorrido

netta colpa di un amore sempre verde
sai colpevoli di non saperci dire
e ancora nel verso che ci prende.
 
 

                    


ELEONORA RUFFO GIORDANI

FIORI D’ANIMA E DI CUORE





Vorrei iniziare questa nota introduttiva con dei versi di una mia
vecchia poesia :< …dell’anima , amore, parleremo poi…>, così
scrivevo io rivolgendomi a un domani possibile cercando il vivere
immediato, quel carpe diem di cui sono sempre andata fierissima. Ma
dell’anima, prima o poi, occorre parlarne; con l’anima c’è da
confrontarsi per conoscersi, per approfondire noi stessi.


Ed Eleonora Ruffo Giordani, cara amica di emozioni e di perfetta
intesa poetica, parla dell’anima in un racconto lirico che spande
immagini e meraviglia, lo fa con quel quid che la investe tutta in
ritmi lessicali emotivi e densi, gonfi di idee, di innovazioni e
significati.


Dell’amore lei narra legata alla dominazione del tempo, quel tempo
che grida, stacca la pelle dei tessuti esteriori e traduce in
abbandono la storia di donna, la propria storia.


Dire “fiori d’anima” è un po’ come dire “fiori del male”,
quell’eredità che tutti abbiamo volentieri letto e fatta nostra. Il
male che tramuta la sofferenza in bene, il cammino lungo, assetato,
tutto accade come se l’Autrice fosse spettatrice di se stessa senza
però perdere la lucidità espressiva, quella capace e tenace fermezza
con cui analizza e carezza l’anima.


Ed è proprio il dentro, il perché, il motivo dell’essere umano in
quanto tale, a dare ampio respiro a tutta la silloge. L’armonia
prende il sopravvento, come se la voce della Ruffo urlasse al punto
tale da coprire l’impotenza umana, “non mi prevarichi, maledetta
forza iniqua! Io vinco in quanto capace di amore immenso, unica mia
arma contro il niente che tu produci…”. Questa mia interpretazione
nasce dopo essermi soffermata su un passaggio a mio avviso
determinante in cui si legge: “….nessuna mano mi fu tesa, nessuna
lacrima mi fu asciugata….mentre il cuore lambiva Amore…”. Amore
scritto in maiuscolo, così come il Te rivolto all’amato; amore che
allude e che oscilla tra penombre di ricordi e luci stupende le
quali schiacciano i massacri quotidiani del domandarsi…cosa? Chi?
Perché?

Quanti di noi non si sono posti tali quesiti! Il libro di Eleonora
Ruffo Giordani è l’insieme delle domande, di qualche risposta non
banale, non scontata, ma frutto di meditazione vera e pura, di
elaborazione e crescita nel corpo e nella mente di una donna acuta
e sensibile, mai paga di sana curiosità e del dispensare amore.

Questo libro è un diario pregno di colori, di sfumature, di prese
di coscienza e sa essere un trattato di esperienza se letto in senso
prosastico.


C’è moltissimo lirismo e lo si avverte in ogni passo sintattico, in
ogni sedimentazione, tra le tematiche, i chiaroscuri. Ma diventa
viaggio filosofico, narrazione diretta di quell’esistenza che stride
, ma…molto spesso trasforma il buio e partorisce musica
trascinante, incantatrice. Così l’amato, la madre, il padre, la
bambola adorata, quel tutto, diviene sensato, addirittura mitico
(inteso come pulsione interiore, d’anima, appunto, a ricercare le
ragioni dell’esistere), sublimato dalla coesistenza
dell’amore-fiore.


Eleonora risorge dalle schiavitù cosiddette “civili” (perché prede
dei giochi economici e dei poteri), legandosi alla speranza
dell’anima, la sua parte che può resistere alla trappola del male,
quella che vibra con i sentimenti puliti, quella che sboccia e
vince sulla sterile materia, la vera donna che abita in lei.


 

 
   
Penoso aculeo fa male

(dedicata a * volato in cielo molto presto)

Mi lacera il pensiero
di non incontrare più
i tuoi consigli.
Nel silenzio della penombra
la tua immagine rifulge alba.

Ho sradicato propaggini
all' intrepidezza,
dipingendo di rosso amaranto
il mio giardino.

Ho desiderato
i segreti delle stelle
per raggiungerti.
Ho chiesto aiuto al destino
nel fondo della tristezza
fermando la memoria
alle giornate che regalavi
ai nostri sogni.
 

Manchi!

Ho abbracciato arsure
fatica e gemiti , rubando
sorrisi e speranze
nell'incerto sguardo
che ti portava via.

Ho desiderio di parlarti,
di afferrare la tua mano
stremata, amica
d'incontrare la tua saggezza
che mi esortava e guidava .

Rivolgo lo sguardo
ai tuoi pargoli, attenta
ne ascolto i lamenti.
La tua sposa affranta
t'invoca.

Petali sparsi in tutta la casa,
suono senza componimento,
arte priva di vita, fissata al muro
nenia che ricorda il tuo esistere.

Fruscii nel verde prato
dell' ultima dimora,
volteggiano farfalle
su stille appese
in mese di dicembre.
Penoso aculeo fa male.
 

 
   

La strada dei ricordi

Risalgo
la strada dei ricordi e delle emozioni
Risento:
l'odore dolciastro della terra
che arsa attende l'acqua;
l'asfalto che esala il tanfo
di pneumatici bruciati sul bitume,
la fontanella che canta argentina
alla cantoniera del crocevia,
la stazione d'attesa
la rivista sfogliata distrattamente
la mente che si perde nei pensieri,
il marciapiede gremito di gente sconosciuta
il saluto semplice della mano di un bimbo.
Monotono e triste paesaggio
il viale costeggiato di alberi frondosi
bisognosi perché malati di malinconia
in un pomeriggio deserto di afa.
Stanca raccolgo pinoli d'energia
e attraverso il cielo senza voli,
tendo l'orecchio al canto della natura
che geme e vuole pretende amore.

 

Sorriso di te

La notte ruffiana mi fascia di calore
dalla finestra guardo le stelle
dopo il sereno brillano di più
la vita si abbandona negli splendori del firmamento
e il canto si leva come preghiera.

Una carezza arriva nell’anima
raggiunge il sentimento più intenso
riaffiorano limpidi i desideri
aliti di luce sul cuore
attimi di meraviglia che profumano di sogno.

La luna seduttrice ammicca
alla lacrima superstite.
Dolce commozione è il suo ricordo
amore che prende la testa
fa cadere le spine delle incomprensioni
e riposa nell’azzurro sereno dei pensieri.
Momenti d’infinito
cospargono di petali il cammino
nell’innocenza dei sentimenti
pace che avvolge di quiete.
Sorriso di te.

 
   

Mario Bressan


PREFAZIONE: UN POETA IN MAGICHE SERE DI PAROLE



L’idealità assoluta in tante sere di parole, che trasmutano la
poesia in lirica pura; captano le essenze in un’alchimia verbale
magica e sempre coerente che media l’attimo del presente e ciò che
lo nega.

La penna di Mario Bressan ha una freccia al suo arco capace di
tutto: crea, plasma, rinvigorisce e riscalda gli occhi di chi legge
i mirabili capolavori espressi in sillabe catartiche, che vanno a
comporre tantissimi valori coniugandoli all’esistenza intesa tutta
come proiezione dell’essere, di quella parte nascosta e profonda che
spesso l’uomo tende a celare e a celarsi.

SILLABE, è a mio avviso, una delle raccolte poetiche più innovative
della collana che sto curando, I QUADERNI DIVINI, pur nella sua
classicità e nelle caratteristiche linguistiche pacate,
apparentemente lievi, ma efficaci, pregne di significato e di
meditazione.

Scorrendo via via le pagine, è possibile dare una connotazione quasi
mistica al lavoro dell’Autore, un disegno in cui si ritrova tutta
l’umanità fondamentale e necessaria che soltanto una mente attenta e
acuta come quella di Bressan può sviscerare.

Saper prendere le parole, afferrarle col cuore, stringerle e
forgiarle laddove c’è bisogno, è grande dono di questa penna.

Ed ecco il poetare vero, la coscienza lirica e fluente che è musica
del tempo, la consapevolezza della vacuità della vita, il senso del
mistero che dà però luogo all’espressione chiara e lucida della
bellezza dei momenti, presi uno ad uno, gustati, sorseggiati. Si
avverte la saggezza di chi ha capito, non solo, ma ha fatto tesoro
dell’essenza.

Nel linguaggio scorrevole, fatto di sequenze godibilissime, tutta
l’esperienza di un viaggio attraverso l’esistenza, vissuto davvero
attimo dopo attimo, persino nelle virgole dei tramonti, negli “
sfiori di luce bagnati dalla voglia di dare sfogo al pianto
liberatorio”, nelle “sillabe” dell’anima, nell’essere uomo
pienamente. Gli occhi dell’Autore divengono più chiari perché è il
sole che li apre, li illumina, li spalanca sulle verità crude e
meravigliose, quelle verità che si apprendono solo ascoltando….
Mario Bressan dimostra d’essere figura recettiva ai particolari,
agli apostrofi spesso trascurati dai più, a tutte quelle cose
veramente semplici che sono la somma del vero, della ricerca d’ogni
uomo del proprio destino.

Egli nomina le perle, chiaro esempio di preziosità semplice.

A noi che leggiamo, viene immediatamente la voglia di navigare tra i
versi, di farci trasportare in questi litri di freschezza e di pace,
anche tra qualche ansa nostalgica e malinconica, ma mai sfiorati
dalla sensazione di sconfitta.

Sta qui il fulcro attorno al quale ruota il senso di tutto il libro:
l’interpretazione dell’amore in senso universale e pieno,
spirituale e ricco di luce.

Quelle sillabe dunque, che danno anche il titolo alla raccolta,
hanno uno spessore poetico incredibile e regalano la visione d’un
paesaggio stupendo e descritto come se fosse dipinto: il miracolo
della vita.
 

 
  IPOTESI D’ESSERE

C’era
ancora là
appesa sperduta
nel viola appassito
d’un macerante vortice,
c’era,
lievissima,
un’ipotesi d’essere.

C’era uno sfioro di luce
incredibilmente
creduto
forse vero,
bagnato già
dalla ancor voglia
di piangere.

Quasi desiderio
di lacrime
già cristalli,
di luce già buio
accecante.


Contrasto,
come notte di luna
senza palpebre
tue.

Diaframma troppo chiuso.

Dea madre
di tutti i templi,
dal seno offerto
irraggiungibile.
 
BALI 2

Lontanissime isole
affogate nel sole
dei mari del sud
mi hanno offerto
i sorridenti neri occhi
del loro essere mie.
La mia lunga ricerca
vuole qui concludersi.
Le mie tempie ardenti
saranno qui intrise
dalla folta cortina
di pioggia monsonica
che lava la mia pelle
di vagabondo
ed i miei pensieri.

Il silenzio dei vulcani
assorbe
le mie più profonde emozioni
 
  ALBA

Buio era, profondo,
nella gelida conca d’eterno
ove si compiono
i già vuoti destini dei vivi.
Nera era, quell’onda
che risucchiava
nell’avido riflusso
lo spirito mio,
quando non c’era più
nemmeno la speranza
d’un debole appiglio
a fingere la divina pietà.

Quando nemmeno i tuoi occhi
scrutavano più la risacca
e stanchi appoggiavano ormai
opachi riflessi di vetro
da due soldi
verso il pallore velato
di un’alba già piena di nulla.
Bagno turco...quali bevono i prodi del piacere

Già tu non c’eri,
quella sera.
Ma sai anche tu
quanti ancestrali terrori
ci assalgono,
temendo non risorga più il sole,
quando c’è solo mancato
il sorriso di una sera.
 
   

Alex Dracht


PREFAZIONE: ALEX DRACHT , LA COSTRUZIONE DELL’AMORE



Ecco, nei miei QUADERNI DIVINI, un Autore, che concentra la propria
attenzione su ogni dettaglio della sfera naturale e su varie
sfumature ad essa pertinenti.

Alex Dracht, personaggio sensibilissimo e ricco di vitalità
emozionale, grande scrutatore delle storture sociali in cui oggi
purtroppo si vive.

Alex esprime grandi valori, grida a gran voce il suo canto fatto di
“dolci veleni” sicuro che i” suoi baci nel vento giungano a segno” e
per portare a realizzazione i suoi sogni egli diviene “crepuscolo
nel seno delle attese”.

Mi occupo di poesia da molto tempo, io stessa ho iniziato
prestissimo ad appassionarmi alla scrittura e poi alla critica, alla
ricerca. Posso affermare che difficilmente ho trovato un’intensità
così prorompente negli scritti, così persuasiva, forte e delicata
nel contempo.

Pur soffrendo di molti mali sociali perché profonda, la poesia di
Alex Dracht, non vive mai in un cielo senza sole, ma trasfigura
isole, luci mai viste, assimila e si veste di costruzioni uniche, a
volte dolenti, ma lucide e acute, piene di figure innervate di
metafore e sacrosante verità.

L’Autore, in questa sua prima raccolta, spazia dalla vita alla morte
intese entrambe come libertà estreme, come viaggi in cui gli occhi
vedono davvero, le labbra baciano davvero, le mani toccano, il cuore
percepisce, batte davvero. Si legga “Vivo, finalmente” in cui è
basilare il tema amoroso che dona forma a quegli abbracci in cui il
cielo non basta più… Una lirica questa che lascia la pelle piena di
brividi, di domande e anche di risposte.

E’ possibile amare a tal modo, così pienamente, totalmente,
sanguignamente…? Sì, per Alex sì. “Amare più di un po’…” grida il
poeta e si abbandona alla magia della “sua mezzanotte” laddove le
ombre sono più nitide, “più chiare della luce”…Visione stupenda e
quasi mistica, d’una fede tutta forgiata in convinzioni anche
tantriche che vengono spesso citate e spazzano via ombre inutili.

Bellissima la capacità di Dracht di mediare l’identità assoluta
con quella concettuale, con uno sguardo un poco simile all’estro
ungarettiano che ricercava le essenze di luce. Quelle che regalavano
il vero, l’infinito e il finito. E dunque le labbra del Nostro
“sanno di blu, le braccia divengono oro ogni volta che quegli occhi
si posano oltre le lacrime”, le sue, purificatrici, divine,
immediate.

Sgorgano in questa maniera quieta le liriche di Alex, fuoriescono
nella immediatezza che ha il sapore della frutta estiva, succosa....
laddove esiste veramente la costruzione di un amore tanto atteso,
temuto anche un poco, difeso, coccolato, protetto da migliaia di
dubbi e di stupende spiegazioni, proprio quelle che ognuno di noi,
quando ama, vorrebbe darsi e dare all’oggetto adorato.

L’Autore ha voluto un titolo importante per questa sua prima
raccolta poetica: “La costruzione dell’amore”. Verso la soglia dei
quarant’ anni, l’uomo ha compreso che c’è una sola cosa al mondo in
grado di salvarci: l’amore, la chiave di tutto e la sua costruzione
vera, sudata, sentita, piena di sforzi e di impegno, ma forte e
salda come roccia. Ecco cosa può condurre al sereno assaporare
dell’esistenza, quel senso sottile che ci rende consapevoli d’esser
troppo umani per restare integri, le debolezze ci uccidono
lentamente come parassiti che si attaccano alla carne, dunque sta a
noi proiettarci verso il profondo, quell’ angolo di cuore ancora
incontaminato che ci lascia la via d’uscita dalle prigionie del
mondo iniquo, la strada giusta per vivere appieno la libertà di
esistere.

E solo essendo veramente liberi dentro ci è possibile amare. Amare
veramente in quella totalità costruita mattone dopo mattone, carezza
dopo carezza, come una casa calda ed accogliente….”poiché l’amore
altro non è che del divino

l’intuizione….”.

 
   

Basse frequenze

Calmo perviene
il tuo respiro
al mio plesso solare
su strofe d'onde
e variazioni di schema
per una musica
a me solo ormai nota
ecco infine
qui mi rifrango
in percorsi senza ritmi
se non la tua voce



Mutazioni

Le mie labbra
per te sapranno
d'indaco e blu

Le mie braccia
oro diverranno

I miei capelli
bianchi per te
ancora si faranno

ogni volta
che sarà

il tuo sguardo posato
oltre la pioggia
dei miei occhi

 

Eventi minimi

Non nacqui da poesia
così forte la chiamai
che infine in me germogliò

le feci porre le scempie radici
nel mio cranio
che a nuovo sgorgò d'aromi
e linfe assurdi
tutto lavò con aspra disciplina
in labirinti di silenzio

non m'accorsi che d'amore m'accese
per sé e chi ne porta
su labbra d'onice i sigilli

 

 
   

LE SETTE MERAVIGLIE DI TIZIANA MIGNOSA

Leggere delle favole oggi come oggi, quando i figli sono in un’età
ormai lontana dalla narrazione fantastica e guardano programmi
televisivi a dir poco ributtanti, è come respirare aria pulita,
magari in una località montana, vicino a dei ruscelli dove scorre
freschissima acqua…. Tale è la sensazione nello sgranare gli occhi
sulla prosa di questa Autrice che ha portato nel sito
“Partecipiamo” qualcosa di estremamente coinvolgente.

Ho sempre pensato che per restare puri occorrerebbe non staccarsi
mai del tutto dal regno infantile, ho sempre sostenuto la famosa
poetica del “fanciullino”, ma non sono riuscita , come credo tutti i
genitori che hanno figli in età adolescenziale, a trasmettere questa
convinzione a mia figlia Irene.

Però se le racconto qualcosa di insolito, la sera, mi ascolta. E
stanotte le parlerò della “Storia della bambina che non voleva mai
addormentarsi” di Tiziana Mignosa, un racconto di quelli che lascia
dentro la scia della meditazione, della tenerezza…quella luce è la
ribellione al buio dell’inettitudine umana; la storia di Elisa
commuove per la naturalezza di una bimba che segue fortemente il suo
istinto e vuole percepire ogni suono, ogni voce dell’esistenza e
vive, vive in una maniera e una modalità talmente intense da far
deporre le armi alla sua mamma la quale non la forza più al sonno
affinché esso giunga da solo… Già…quante volte vorremmo non sentire
la sveglia che ci riporta con violenza al di fuori dei nostri sogni!
Ognuno di noi vorrebbe vivere un’esistenza senza orari, imposizioni,
regole. La natura che prende il giusto sopravvento, l’evoluzione
naturale delle nostre giornate, del senso di fame, di stanchezza, di
sonno.

Con queste sette fiabe, l’autrice ci offre una lezione di
semplicità, però lo fa con una invidiabile forza vitale rimandandoci
alla realtà sociale , oggi più che mai ingiusta.

Tiziana Mignosa non si lascia tuttavia avvilire dalla rassegnazione
e nemmeno si lascia impaurire dalle minacce del mondo e racconta i
suoi bellissimi sogni, le capricciose e dolcissime scaramucce della
bambina che è in lei e che traduce il volere di tutti i piccoli
della terra.

Leggerla in queste sette meraviglie è grande motivo di
coinvolgimento, una storia tira l’altra, un passaggio fa stare come
tra nuvole di cotone e lucidi pomeriggi di sole.

Come nei cortili estivi in cui il vociare dei bambini fa da colonna
sonora a tutto quanto accade intorno…

Non sono favole complesse queste, hanno un denominatore comune,
quello della semplicità e della scorrevolezza. Credo che il
messaggio di Tiziana sia comunque nell’unica cosa che può salvare
l’uomo: l’amore. Amore e gioia, perdono, comprensione e altruismo.

Le storie sanno di fresco, sono tutte tinteggiate da una volontà
grandissima e universale accolta dall’indole umana dell’autrice che
scrive con una proprietà di linguaggio sicura e concreta, uno stile
personalissimo e notevole.

E’ stato un vero piacere sedermi al centro di un giardino pieno di
fiori odorosi, questo, e stare qui è stato come vivere la favola più
bella: tornare bambina.

 

 
 

critica ad una poesia di: Maurizio Clicech.

Quando ai pensieri sorridi.

L’idea s’impone ad ogni altra questione,
primigena perfetta in un sorriso vive,
Contraddirla è solo ostentata ribellione,
ad un codice già scritto senza intenzioni cattive.

Essa porta fattori di novità all’essenza,
ed ogni altro aspetto vedrà nuove vie,
perfetta sintesi di pensiero senza alcuna carenza,
disegna i contorni di supposizioni mai ovvie.

La sua genesi è meraviglia di novello conio,
concepita per proprio moto,
qual novella Minerva dall’avito genio,
irrompe nel flusso del pensiero incorrotto.

Ma ogni creazione in realtà porta una macchia,
qual peccato originale che sulla retta via nicchia,
che porta incertezza e indecisione,
il cui influsso serenità trasmuta in tensione,

or ecco, nuova luce nebbie del dubbio dipana solenne,
e mortificante ma equo considerare al giusto divenne,
che forse l’idea, primigena perfetta all’origine,
una ambigua genesi porta a confermata farragine,
nell’intendere d’un lampo che forse invidia ha mediato,
e per altri considerati eventi ha portato,
deviando l’idea perfetta nell’intima genesi,
in vile pensiero dall’infausta prognosi.

Per fortuna non sempre questo è il modo che un pensiero poi genera,
ma spesso, attraverso il filtro degli altri la loro forza non si
considera,
riducendoli a succubi imperfetti costretti all’isteresi,
mostruoso andirivieni, incertezza che dilania i pensieri ,
forse giusto sarebbe preporre umiltà alle certezze,
un filo di dubbio alle finite fattezze,
e così negli altri vedere completamento e non solo oggetto,
evitando scontate frettolose risoluzioni ad ogni progetto.

Era solo una riflessione un po’ caotica,
ma necessaria per centrare un pensiero nell’ottica,
che non solo io indugio nella retorica,
e forse, dei perfetti sono il più perfettibile, in pratica.


 

 
   

                      PREFAZIONE: I PENSIERI CHE SORRIDONO



Una poesia poderosa quella di Maurizio Clicech, che si avvale pienamente della collocazione tra gli artisti “inquieti”, così come io amo definire coloro che vivono appieno una realtà contraddittoria e sofferta, ma ricca di significati e di interiorità che analizzano a fondo l’anima e la pelle del dentro.
Non si riteneva tanto grande il Nostro, quando gli dicevo che i suoi versi avevano una forza diversa, fitta ed emozionante. Egli ha sempre tenuto questi sfoghi per sé e qualche appassionato, senza pretese né ambizioni particolari. Eppure leggerlo è come mettere a nudo se stessi e darsi delle prospettive differenti, delle angolazioni mai vissute nell’ottica esistenziale.
Ognuno di noi, poeta o meno, si cerca, si ragiona addosso, spesso cede al pensiero del mistero. Poi c’è chi ha bisogno di gridarlo e allora scrive o dipinge, crea musica, scultura, qualcosa che dia traccia di sé. Clicech è il fedele narratore del suo percepire, ma lo traduce così bene da renderlo universale in quanto uomo, essere umano, attento ai passi strani del destino e degli accadimenti.
I suoi pensieri sorridono eppure stridono di dolore, ma è insita una dignità che non ha eguali in questa penna che dona immagini lampeggianti e perizie evocative in un lessico un poco mistico e un poco psicologico, ma mai incomprensibile, mai tedioso.
La scorrevolezza delle frasi, del ritmo, come le pennellate sicure di un pittore (e possiamo dirlo ad alta voce perché Clicech è anche proprietario di quadri stupendi!)
il quale innalza emblemi e ragioni incastonandoli perfettamente in un mosaico inquieto, appunto, ma logico, anelante , vivo!
Ed è tutta questa smania nervosa a volte, pacata in altri frangenti, che regala equilibrio e ordine tra i pensieri e quella pelle dentro apparentemente inutile e meramente organica: no!, in quell’involucro quasi trasparente c’è tutto un mondo, un sentire trasversale che rende questa poetica una grande poetica.
“Lasciarsi andare - dice - cadere in una risata”, un concetto forte e meditativo, uno scudo contro disperazione e deiezione, una catarsi che avvolge quella parte insignificante che sovente ci investe, piena e travolta di motivo, di carne, di senso.
Non mancano momenti di satira leggera e sottile, ma qui c’è il gioco, la voglia di sentire tutto ciò che il mondo offre, come il sole sul viso o il colore della sera, il tutto in una coscienza lirica imperante e mai paga.
L’inquietantismo si annida in autori come Maurizio Clicech, consapevoli dei fatti etico - sociali, profondamente sensibilizzati dal loro passato e dalle radici sane, uomini che si sciolgono davanti al quotidiano, che non agognano chissà cosa, ma vivono del semplice, del puro. E sanno soffrire. Degnamente, intensamente e con capacità espressiva fiera ed elegante. Si legga attentamente la lirica “Minimalismi” pregna di sfumature pulite, di constatazioni umane e vivide, livide di esistenza e di piccole sommosse, di rabbia, di non - sonno, di sangue che scorre e vuole farlo ancora e ancora senza egoismi, alla ricerca di una pace mondiale, per tutti.
O ancora la lirica “Vorticoso serale celarsi” laddove nel tramonto giusto, è desiderato fortemente anche il giudizio dell’uomo.
Concludo questa mia presentazione con l’entusiasmo di aver assaporato un libro vero, con la soddisfazione di aver parlato di un poeta raro e l’augurio di rileggerlo presto in nuove raccolte.

Nota: Consiglio a tutti di leggere questo bellissimo lavoro che è possibile richiedere direttamente all’Autore

Al seguente indirizzo di posta elettronica:    maurcli@tin.it
 

 

 


 

 

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